Ballo dei Pastori

Il ballo dei pastori, ballo coreografico, rappresenta il tentativo di raccontare l’ancestrale mondo del territorio reggino, legato alla tradizione magno-greca e sopravvissuto fino alla metà del ‘900.

È questo mondo che incontrò Garibaldi nel risalire la Penisola per unificare l’Italia; è questo mondo che incontrarono i Piemontesi quando giunsero nell’estrema punta dello stivale.

È questo il mondo che racconta Corrado Alvaro nei suoi libri e in particolare in “Gente in Aspromonte”. «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque…».

L’inizio della storia è una evocazione della vita in Aspromonte, che è un tutt’uno con il paesaggio severo, solenne, con il respiro pesante delle mandrie, con le capanne «di frasche e di fango» nelle quali «si entrava carponi», abitate dai pastori nella stagione invernale, con i pellegrinaggi al Santuario della Madonna di Polsi e le manifestazioni di pietà popolare, con i canti che si odono, «intramezzati dal rumore dell’acqua nei crepacci», con il suono della zampogna

Attraverso svariate figure coreografiche viene raccontata la figura del pastore e rappresentato il significato e l’evoluzione del nostro tipico ballo: la viddhaneddha (tarantella).

Su un iniziale ritmo scandito solo da campanacci, fa il suo ingresso in scena un ballerino. Rappresenta il pastore. In mano ha un bastone, simbolo del suo potere. Indossa una pelle, la migliore, e alla cintura ha attaccati dei campanacci che riproducono quelli che hanno al collo gli animali.

Quando la musica inizia ad assumere il movimento di una tarantella molto lenta, detta a ciarameddhara, il pastore chiama a raccolta gli altri pastori e con essi inizia ad eseguire una serie di coreografie che, attraverso la predominante figura del cerchio, raccontano il ballo come momento per propiziarsi il volere degli dei affinchè il lavoro sia redditizio.

Ben presto però i pastori iniziano a litigare tra di loro, sia per avere l’uno il predominio sull’altro, sia perché al pascolo sono arrivate le donne.

Significativi sono i gesti dei pastori in questa fase, con un dito puntato verso l’alto, verso il cielo, per chiedere l’aiuto della divinità, e uno verso il contendente a rappresentare un ipotetico coltello.

Il pastore, “u capubastuni”, che aveva occupato la scena all’inizio e che durante la lite si era messo in disparte, interviene imperiosamente sulla scena, mettendo le donne da parte, al sicuro, interrompendo la musica, e, facendo roteare il suo bastone, fa allontanare tutti.

Inizia così una personale lotta di potere con ciascuno dei pastori. Quando l’avversario riconosce il potere del “capubastuni”, si inginocchia e questi lo fa rialzare toccandogli la gamba con il bastone.

Ristabilito l’ordine e riaffermato il suo potere, comanda, con un gesto convenzionale, ai musicisti di riprendere la musica e invita gli uomini a ballare con le donne. In questa fase il ballo diventa brioso ed è accompagnato da grida di gioia dei ballerini. Si rappresenta così il ballo della viddhaneddha in uno dei suoi significati: quello di ballo di corteggiamento.

Ma ci aspetta un’ultima scena: il “capubastuni” entra nuovamente nel cerchio del ballo e con cenno del suo bastone manda tutti gli uomini via; infine si esibisce davanti alle donne e balla con la “sua” donna. Significativo è il passaggio quando lui fa danzare la ballerina sotto il suo bastone. In questa fase finale viene rappresenta tutta l’eleganza e la ieraticità di questo personaggio.

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